C’era una famosa battuta in Philadelphia: «Cosa sono mille avvocati incatenati sul fondo dell’oceano?».
La risposta era: «Un buon inizio».
Ecco, senza voler spedire nessuno in fondo al mare — anche perché oggi, tra permessi, valutazioni d’impatto ambientale e ricorsi al TAR, sarebbe complicatissimo — la sospensione del bollo auto prevista per il 2027 potrebbe essere proprio questo: un buon inizio.
Precisiamo subito, prima che qualcuno venga a misurarci persino le virgole. Il provvedimento riguarda il primo veicolo posseduto, auto o moto, con potenza fino a 80 kW, senza limiti ISEE e senza distinzioni legate all’alimentazione. Benzina, diesel, ibrida o elettrica: se rientra nei parametri, rientra nell’agevolazione. Per ora si parla del 2027, anche se l’intenzione dichiarata dal Governo è quella di rendere la misura strutturale.
Non è quindi la cancellazione universale del bollo per qualsiasi veicolo presente sul territorio nazionale. Se in garage avete una supercar da 600 cavalli, temo che dovrete continuare a contribuire al benessere delle casse pubbliche. Però, secondo il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, la platea potenziale supera i 24 milioni di persone.
Insomma, non proprio bruscolini.
Ma non vogliamo tornare sulla polemica con i detrattori del provvedimento. Lo abbiamo già fatto e, tutto sommato, anche con una certa soddisfazione. Stavolta vogliamo guardare la questione da un’altra prospettiva.
E se fosse davvero l’inizio di un cambio di rotta?
L’automobile, per gli italiani, è sempre stata qualcosa di più di un mezzo capace di portarci da A a B. È stata libertà, movimento, indipendenza. È stata status, divertimento, immagine. In alcuni casi persino un’estensione della nostra personalità.
Le automobili le abbiamo desiderate, sognate, lucidate la domenica mattina e parcheggiate abbastanza lontano dall’ingresso del supermercato da evitare lo sportellatore seriale. Abbiamo imparato a riconoscere il rumore di un motore prima ancora di vedere la macchina arrivare. Abbiamo discusso per ore di cavalli, coppia, trazione e assetto, spesso senza avere la minima intenzione di acquistare nulla.
Però qualcosa è cambiato.
I giovani prendono la patente sempre più tardi, quando la prendono. Molti considerano l’auto soprattutto un oggetto che deve essere comodo, connesso e possibilmente dotato di uno schermo abbastanza grande da far sembrare quello del salotto improvvisamente inadeguato. Sono spesso più interessati all’infotainment che alla potenza, più alla compatibilità con lo smartphone che allo zero-cento.
Naturalmente stiamo generalizzando. Probabilmente i ragazzi che leggono questo blog non saranno affatto d’accordo con noi. Ma se fossero completamente disinteressati alle automobili, difficilmente sarebbero qui.
A dirla tutta, un po’ siamo cambiati anche noi.
Da fuori continueranno sicuramente a considerarci dei fanatici. Ma noi conosciamo la verità: se una volta pensavamo alle automobili venticinque ore al giorno, oggi forse siamo scesi a diciotto.
È sempre tanto, d’accordo. Ma bisogna pur dormire.
Cambiano le mode, cambiano le abitudini e cambiamo anche noi. A volte spontaneamente, altre volte perché qualcuno ci accompagna gentilmente verso il cambiamento con la stessa delicatezza con cui il carro attrezzi accompagna un’auto in deposito.
Da quando l’automobile è diventata il grande amore degli italiani, infatti, è stata progressivamente caricata di tasse, imposte, accise e balzelli vari.
Il bollo, nato come tassa di circolazione, è diventato una tassa di proprietà: così possiamo pagarlo anche lasciando la macchina immobile in garage. Sulle assicurazioni obbligatorie gravano imposte. Sul carburante sappiamo tutti come funziona e forse è meglio non approfondire prima di rovinarci la giornata. Poi ci sono i parcheggi, le zone a pagamento, gli accessi contingentati e le multe che, in troppi casi, sembrano avere un rapporto più stretto con i bilanci degli enti che con la sicurezza stradale.
Mettendo tutto insieme viene fuori una bella zuppa. Solo che il conto, come sempre, arriva all’automobilista.
L’auto, inoltre, continua a essere utilizzata come indice di ricchezza. Una semplificazione che abbiamo sempre trovato assurda.
Io sono il primo appassionato ad aver posseduto automobili che, secondo i parametri degli altri, non avrei potuto permettermi. Ma non fumo, non bevo, esco poco e qualche volta ho rinunciato persino alle vacanze. In compenso avevo bisogno dell’auto. Non soltanto per spostarmi, ma per guidare, per provare quel feeling che ti scorre nelle vene e che chi non lo ha mai sentito difficilmente può capire.
Ognuno sceglie dove mettere i propri soldi. C’è chi cambia smartphone ogni anno, chi parte per un weekend al mese, chi colleziona orologi e chi ordina bottiglie di vino delle quali io, con grande eleganza, non saprei distinguere l’annata dal codice a barre.
Però se compri un’auto un po’ più bella, improvvisamente diventi ricco.
Ricco magari no, ma controllabile sì.
I giovani, che non hanno vissuto l’automobile come il principale strumento di emancipazione e libertà, osservano tutto questo con maggiore distacco. Vedono costi, divieti, traffico, parcheggi impossibili e una continua criminalizzazione dell’oggetto. Non essendoci legati sentimentalmente come lo siamo stati noi, ne stanno semplicemente alla larga.
E forse dovremmo iniziare a domandarci se sia davvero una buona notizia.
Perché l’automotive non è soltanto il concessionario che vende l’auto nuova. È industria, progettazione, componentistica, officine, carrozzerie, pneumatici, trasporti, assicurazioni, distribuzione dei carburanti, ricerca e formazione. È occupazione, investimenti, competenze e innovazione. È un settore che crea ricchezza e che, se cresce, può contribuire alla crescita dell’intero Paese.
Per questo la sospensione del bollo potrebbe rappresentare qualcosa di più del risparmio di qualche centinaio di euro.
Potrebbe essere il primo segnale del fatto che le istituzioni abbiano finalmente iniziato a vedere l’automobile non soltanto come un bancomat con quattro ruote, ma come una risorsa economica, industriale e sociale.
Troviamo particolarmente significativo che l’agevolazione non sia riservata esclusivamente a una determinata tecnologia. Non è un premio ideologico per chi compra ciò che qualcuno ha già deciso essere giusto. Entro il limite degli 80 kW, riguarda il veicolo indipendentemente dal fatto che sia elettrico, ibrido, diesel o benzina.
Una piccola rivoluzione culturale: lasciare che siano le esigenze, le possibilità e magari persino le passioni delle persone a orientare le loro scelte.
Non vogliamo illuderci. La strada da fare è ancora lunga e una sospensione limitata a una parte del parco circolante non risolve tutti i problemi dell’automotive italiano. Ma dopo anni trascorsi ad aggiungere vincoli, costi e divieti, vedere finalmente qualcosa che viene tolto fa un certo effetto.
Invertire la tendenza, anche soltanto per cominciare, è già tanta roba.
E siccome i consigli non richiesti sono una delle grandi tradizioni italiane, ne lasciamo uno anche a chi ci governa.
Prima di inventare nuove tasse sugli extraprofitti, proviamo a chiedere alle imprese di investire. Il costo del carburante dipende da molti fattori — quotazioni internazionali, imposte, logistica e capacità di raffinazione — e negli anni l’Italia ha perso una parte importante del proprio sistema industriale nel settore.
Se davvero si ritiene che il motore termico abbia ancora un futuro, diciamolo chiaramente. Offriamo stabilità, favoriamo gli investimenti e chiediamo a chi oggi realizza utili importanti di impiegarne una parte negli impianti, nella distribuzione e nella ricerca.
Anziché limitarci a tassare ciò che esiste, proviamo a creare le condizioni perché qualcuno torni a costruire.
Perché, piaccia o meno, di benzina e gasolio ne bruceremo ancora per parecchio tempo. Possiamo farlo continuando a dipendere sempre di più dagli altri oppure mantenendo in Italia competenze, infrastrutture e posti di lavoro.
Io non so voi come la vediate. Forse sono un inguaribile ottimista, forse voglio leggere in questo provvedimento più di quanto realmente ci sia.
Ma questa volta spero davvero di avere ragione.
La sospensione del bollo non sarà la rivoluzione.
Potrebbe però essere un buon inizio.