Cari amici di Emiliani Volanti, so già che dopo questo articolo partirà una spedizione punitiva sotto casa mia.
Perché prima ancora di parlare della nuovissima Ferrari Luce… vi parlerò di Porsche.
Sì, lo so. È come entrare in una pizzeria di Napoli e iniziare lodando il sushi. Ma abbiate pazienza.
Mi tornò in mente un articolo letto qualcosa come vent’anni fa su Christophorus, la storica rivista Porsche. Si parlava della nascita della prima Turbo, la mitica 930. Durante i meeting tecnici pare che il capo progettista, esasperato dai mille pareri contrastanti, se ne uscì con una frase più o meno così:
“L’unico in questa stanza che può davvero permettersi quest’auto sono io. E io so cosa vuole chi ha quei soldi.”
Boom.
Sipario.
Nacque un mito.
Perché parto da questo pippone apparentemente fuori tema?
Perché secondo me stiamo commettendo lo stesso errore con la Ferrari Luce.
Noi comuni mortali — e sì, dentro ci metto anche tanti fortunati proprietari Ferrari — la stiamo guardando con gli occhi degli appassionati. Con gli occhi di quelli cresciuti coi poster in camera. Con gli occhi di chi vuole il V12 che ti perfora i timpani e la carrozzeria che urla “guardatemi!”.
Ma forse questa macchina non parla a noi.
E qui arriva la parte per cui verrete a insultarmi nei commenti:
secondo me questa Luce sarà un successo clamoroso.
Il fatto che sia elettrica? Quasi secondario.
La vera rivoluzione è un’altra: il lusso.
Gli interni, già visti qualche tempo fa, a mio avviso sono semplicemente stupendi. Minimalisti, moderni, puliti. Finalmente un abitacolo che sembra progettato nel 2026 e non nel 2006 con ventidue pulsanti messi lì perché “fa racing”.
Sono gli interni che ogni auto di lusso dovrebbe avere oggi.
Fuori invece… beh… fuori è un viaggio psicologico.
La linea è particolare. Molto particolare.
Ieri sera, guardandola dall’alto, giuro che mi sembrava un mouse Logitech di fascia alta. Di quelli che costano quanto una Panda usata e che compri dicendoti: “serve per lavorare meglio”.
Eppure più la guardo, più penso alla vecchia Ferrari 400/412. Anche quella all’epoca spiazzò tutti con le sue linee tese e taglienti. Oggi la Luce fa la stessa cosa al contrario: spiazza con linee morbide, silenziose, quasi volutamente anonime.
Ed è proprio qui, secondo me, il punto.
Questa non è una Ferrari che sostituisce un’altra Ferrari.
È una Ferrari che si compra in aggiunta.
La vedo già: garage con due supercar urlanti coperte dal telo, e poi lei. Quella da usare davvero. Quella con cui andare in centro, in hotel, in aeroporto, agli eventi importanti. Quella che comunica lusso senza bisogno di fare casino.
Un po’ come certi orologi.
Ci sono marchi che tutti riconoscono da cinquanta metri e che ormai sono diventati quasi esercizi di ostentazione. Poi esistono orologi stranissimi, magari persino un filo bruttini a prima vista, ma che se li riconosci capisci immediatamente che hai davanti uno che gioca in Champions League finanziaria.
Ecco.
Secondo me la Ferrari Luce è esattamente questo.
Non vuole conquistare il ragazzino col poster.
Vuole conquistare chi può avere tutto e ha smesso di volerlo urlare.
È una sfida enorme, ovviamente. Perché il confine tra “lussuosamente discreta” e “sembra una qualsiasi” è sottilissimo. Se il pubblico la etichetterà semplicemente come “brutta”, allora il destino sarà segnato.
Ma io non credo andrà così.
Anzi, penso che fra qualche anno ci ritroveremo a dire:
“Accidenti… avevano capito tutto prima degli altri.”
Chiudo con una certezza assoluta.
Sono convinto che in Ferrari abbiano finito l’auto, spento le luci del centro stile, chiuso tutto… e poi qualcuno abbia urlato:
“Ragazzi… i tergicristalli!”
Perché messi lì così sembrano esattamente quella situazione in cui hai appena consegnato la tesina e ti accorgi di aver dimenticato il titolo.