Sembra che l’industria automobilistica tedesca stia cercando di spingere per una nuova genialata normativa: l’obbligo di ricaricare le auto Plug-In Hybrid. Avete capito bene: non basta più comprarle, guidarle e fingere di essere ecologici, ora vogliono anche obbligarci a usarle come dovremmo.
Come sappiamo, le Plug-In Hybrid erano nate come la soluzione a tutti i mali: percorri i tragitti quotidiani in elettrico, e quando finisce la batteria interviene il caro, vecchio e fidato motore termico, così niente ansia da ricarica. Insomma, la transizione perfetta, l’uovo di Colombo della mobilità sostenibile.
Fino a qui tutto bene. Poi è arrivata la realtà.
L’omologazione miracolosa
Per capire dove abbiamo iniziato a deragliare, serve un piccolo salto tecnico.
Il vecchio ciclo di omologazione prevedeva circa 60 km di test: 30 in città, 15 extraurbani e 15 in autostrada.
Una Plug-In con la batteria carica al 100% riusciva a fare praticamente tutto il percorso in elettrico.
Facciamo due conti insieme:
- 30 km in città a emissioni zero
- 15 km extraurbani sempre in elettrico
- arriviamo in autostrada, batteria scarica
- restano 15 km col motore a benzina, che consuma magari 2 litri
Totale: 60 km percorsi, 2 litri di benzina.
Risultato: 30 km/l.
Fantastico! Saint Greta approverebbe.
Peccato che nella vita reale non viviamo nel ciclo di omologazione.
Se invece di 15 km di autostrada ne facciamo 100? Quanti litri diventano?
Ecco, il primo ceffone della realtà arriva qui: i consumi dichiarati sono veri solo se… ricarichi sempre.
Il secondo ceffone: la pigrizia (e la carta carburante)
In Italia le Plug-In sono state scelte soprattutto come auto aziendali per i vantaggi fiscali e i parcheggi gratuiti.
E qui arriva la domanda delle domande:
quanti, secondo voi, le ricaricano davvero a casa pagando di tasca propria l’elettricità?
Esatto. Pochi, pochissimi.
Perché il pieno di benzina lo paga l’azienda con la carta carburante, mentre la ricarica a casa… la paga il driver, insieme al contatore che salta.
Risultato? Le Plug-In viaggiano quasi sempre con la batteria scarica, usano quasi sempre il motore termico, e siccome pesano di più (batterie + motore elettrico = zavorra), consumano pure di più di un’auto normale.
Insomma, da “soluzione perfetta” a “male assoluto” il passo è stato brevissimo.
E adesso? L’obbligo dell’obbligo
Ora i costruttori tedeschi si sono accorti che la bomba sta per esplodere.
Le statistiche interne mostrano che la maggior parte delle Plug-In non viene mai ricaricata, le emissioni reali sono molto più alte di quelle dichiarate, e le autorità europee potrebbero presto chiedere conto della favola “green” raccontata finora.
E quindi cosa si sono inventati?
Semplice: vogliono imporre la ricarica.
Se non ricarichi abbastanza, la macchina se ne accorge e ti punisce.
Prima ti avvisa con una spia (ci mancava un’altra lucina fastidiosa), poi – se continui a fregartene – riduce automaticamente le prestazioni del motore.
Una specie di “cartellino giallo” digitale per automobilisti svogliati.
Il paradosso finale
E così, dopo averci venduto l’illusione della libertà elettrica, ora ci tocca anche la minaccia della punizione elettronica.
Dalle multe ai limiti di CO₂, siamo arrivati alla macchina che ti sgrida perché non hai fatto i compiti.
Io personalmente mi sento in un film distopico:
prima ci dicono cosa comprare, poi come usarlo, e adesso pure quanto ricaricarlo.
Prossimo passo? La Tesla che ti chiama a casa per dirti che hai dimenticato di spegnere il phon.
Voi che ne pensate?
Io, sinceramente, mi sento già sotto accusa.
E per sicurezza, stasera ricarico… il telefono.