Toto ci ha creduto. Noi, molto ordinatamente, saliamo adesso.

Andrea Kimi Antonelli è campione del mondo. Un bolognese sul tetto della Formula 1: da queste parti abbiamo già apparecchiato, stappato e spiegato al vicino che noi, comunque, l’avevamo capito subito.

Ecco. Sul «subito» avrei qualcosa da dire.

Prima, però, concedetemi una bestemmia sportiva: questo Mondiale l’ha vinto anche l’uomo solo al comando. Toto Wolff. Quello che i pugni sul tavolo li batte davvero, con buona pace del tavolo e del responsabile dell’arredamento Mercedes.

Viviamo nell’epoca della scelta condivisa, del confronto permanente, del «sentiamo anche gli altri». Tutto sacrosanto, finché il rispetto delle persone non diventa l’obbligo di chiedere permesso per avere un’idea. A forza di accogliere ogni esigenza, qualche volta finiamo per accompagnare gentilmente la nostra fuori dalla porta.

Poi arriva uno che dice: scelgo lui. E quando le cose vanno male resta lì, con la faccia accanto alla firma.

Wolff lo ha fatto con Kimi. E ieri, mentre da una parte del box si festeggiava, si è preso anche la responsabilità delle difficoltà di Russell. Comandare significa pure questo: presentarsi quando c’è da spiegare perché la macchina non va. Per le fotografie con la coppa, invece, si trova sempre personale disponibile.

Naturalmente non ha costruito la Mercedes da solo. Ma la responsabilità di una scelta non si distribuisce come le tartine all’aperitivo.

Qualche situazione favorevole? Certamente. La fortuna in Formula 1 conta: chi sostiene il contrario di solito ha appena beneficiato di una Safety Car. A Napoleone viene attribuita la preferenza per i generali fortunati. Lasciamo agli storici il certificato della frase: nel paddock il concetto si capisce benissimo. La fortuna aiuta parecchio, ma bisogna farsi trovare col casco allacciato.

Oggi siamo tutti innamorati di Kimi. Il problema è che io, purtroppo, ho memoria.

Mi ricordo Monza, agosto 2024. Il debutto nelle libere, la macchina di Russell, una manciata di minuti e poi il muro all’Alboreto, quella che continuiamo a chiamare Parabolica perché certe abitudini hanno più aderenza delle gomme. Mi ricordo le sentenze sul ragazzo, sulla Mercedes, su Toto. Troppo presto. Troppi salti. Troppa fretta.

E qualche dubbio l’ho avuto anch’io. Guardavo altri giovani, i loro risultati, il percorso di Andrea, e mi domandavo se non stessimo chiedendo al talento di correre più della sua maturazione. Non ero l’unico. Solo che adesso, a sentire in giro, eravamo tutti suoi procuratori fin dall’asilo.

Toto ha visto qualcosa e ha accettato di risponderne prima che arrivasse la conferma. Il Mondiale è il sigillo di lusso su quella decisione. Noi oggi saliamo sul carro; lui si è preso le critiche quando c’era ancora da capire se il carro avesse le ruote.

Stringiamoci, comunque. Sul carro degli italiani il posto si trova sempre. Basta buttare giù due vecchi commenti.

Proprio nel giorno della festa, però, mi tengo un dubbio che spero Andrea mi faccia ingoiare, possibilmente senza acqua.

Ci auguriamo tutti che questo sia l’inizio di una carriera enorme. Ma in questo periodo mi ha colpito quanto Kimi sembri benvoluto. Congratulazioni, sorrisi, pacche sulle spalle. Nella mia impressione, non provoca ancora quel fastidio che certi campioni seminano prima ancora di parcheggiare.

Vi ricordate Senna che andò a fare la ramanzina a Schumacher? A Magny-Cours c’era stato un incidente, quindi evitiamo di trasformare una discussione in una seduta spiritica. Però, riguardando quelle immagini oggi, io ci vedo anche il vecchio padrone di casa alle prese con un ragazzo che non aveva alcuna intenzione di togliersi le scarpe all’ingresso.

E Max? Lo chiamavamo «VersSbatten». Faceva discutere, arrabbiare, imprecare. Poi abbiamo scoperto che il problema non era soltanto dove metteva la macchina: era quanto spesso riusciva a metterla davanti.

Non serve diventare antipatici per vincere. Andrea lo ha appena dimostrato. Mi domando però come cambieranno i sorrisi quando comincerà a togliere agli altri anche il prossimo Mondiale. E magari quello dopo.

Per ora ha battuto Russell, che nella mia personale recita scolastica del paddock resta il primo della classe: bello, composto, preparato, con l’aria di quello che ricorda alla professoressa che c’erano i compiti. Un gran pilota, ma a me incendia più facilmente il registro elettronico che il cuore. Batterlo non ti trasforma automaticamente nel nemico pubblico del gruppo.

Il giorno in cui qualcuno smetterà di accarezzare Kimi e comincerà a lamentarsi sistematicamente di lui, drizzerò le antenne. Nel frattempo, sia chiaro, il problema è dei miei sospetti: il trofeo è già suo.

A proposito di incendi, passiamo alla Ferrari. Dove, quando finalmente si presenta una buona occasione, si sente talvolta il bisogno di verificare quanto sia infiammabile.

Hamilton in pole, Leclerc lì davanti, una possibilità concreta. E i due che nelle prime curve si contendono lo stesso pezzo di gloria, finiscono larghi e trasformano una partenza promettente in una riunione da convocare il lunedì mattina.

La mia lettura è che ci sia anche troppa fame. Quando le occasioni sono poche, ciascuno vuole dimostrare di essere quello capace di salvarle. Lewis arriva col peso della propria storia; Charles, immagino, con la voglia di ricordare che lui c’è e che il suo nome non è una nota a piè di pagina del contratto altrui. Due appetiti comprensibili. Il conto, però, arriva a Maranello.

E qui mi tolgo un sassolino dalla scarpa: è una mia impressione o, quando Hamilton fa qualcosa di importante, una parte del racconto mediatico passa direttamente dalla cronaca all’apparizione mariana?

La pole merita applausi. Ma qualche volta, a leggere certi entusiasmi, sembra che insieme al giro veloce abbia risolto anche il problema dei parcheggi a Bologna.

Quanto pesa, in questo racconto, il bisogno di vedere finalmente premiato l’investimento Ferrari? È una domanda che mi faccio. Indicazioni da Maranello, favori, giri premio sul Cavallino in cambio di incenso? Non ho elementi per sostenerlo. Mi basta osservare il rischio più banale: innamorarsi così tanto della storia da cominciare a scriverla prima del risultato. E ritrovarsi il lunedì con un editoriale bellissimo e una vittoria altrui.

Già. Perché mentre noi celebriamo Andrea, rivalutiamo Toto e discutiamo delle rosse, la gara l’ha vinta Verstappen.

Sempre Max. Quello che nella sfida alla McLaren raccontavamo come l’uomo contro la macchina. Adesso è l’uomo che, quando vede un’occasione, se la prende. Gli altri possono discuterne in conferenza stampa: lui intanto ha portato via il piatto.

Oggi, però, il brindisi è per Andrea. E un bicchiere teniamolo anche per quello che lo ha scelto quando scegliere non garantiva applausi.

Noi portiamo lo spumante, Toto. E, se possibile, un tavolo nuovo.

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Marcello Rossetti

Appassionato di auto da sempre, amante della guida e del pilotaggio. Fammi fare 70 curve in mezzo al verde e sono felice