Tesla Roadster volante e Porsche Mission S: ritorno al passato
Porsche rispolvera l’album di famiglia. Tesla prende la macchinina, le mette i propulsori e la spara fuori dalla pista. Noi, nel dubbio, ci teniamo stretti al tavolo.
Le due presentazioni delle ultime ore ci hanno lasciati così: confusi. Non necessariamente delusi, nemmeno automaticamente entusiasti. Più che altro con quell’espressione che fai quando pensi di aver capito dove sta andando il mondo dell’auto e qualcuno sposta la strada.
In verticale.
Partiamo da Porsche. La Mission S anticipa una nuova sportiva a motore centrale destinata a collocarsi stabilmente sopra la 911. Quindi niente apparizione speciale in stile Carrera GT o 918 Spyder: qui si prepara un altro piano dell’attico.
E noi che ci preoccupavamo della povera 911 rimasta senza compagnia. Tranquilli: la compagnia arriva. Solo che probabilmente servirà vendere anche la seconda casa per frequentarla.
La direzione commerciale è quella del valore prima dei volumi: meno ossessione per i numeri, più attenzione ai margini. Tradotto dal linguaggio delle presentazioni finanziarie: meglio poche macchine pagate molto bene. Il romanticismo automobilistico è bellissimo, ma anche il commercialista vuole la sua parte.
Sul fronte meccanico, però, teniamo a bada i brindisi: la piattaforma può accogliere motorizzazioni termiche pure o ibride e cambi manuali oppure automatici. Il manuale è dunque una possibilità, non ancora una promessa firmata con il sangue. Prima di organizzare la processione per il ritorno della frizione, aspettiamo.
Esteticamente, invece, il viaggio nella memoria è già cominciato. Il frontale richiama la GT1, la zona posteriore strizza l’occhio alla 959 e il ventolone cita la 917. Dentro troviamo cinque strumenti circolari, contagiri al centro e chiave a sinistra. Niente schermo centrale fisso: all’occorrenza si usa lo smartphone.
Il ventolone, comunque, merita una parentesi. Bellissimo il richiamo alle corse, ma a prima vista viene voglia di chiedere se nel configuratore ci sarà anche il cestello per raccogliere l’erba.
L’intenzione sembra chiara: riportare il guidatore al centro. E questo, sulla carta, ci piace parecchio. Vorremmo soltanto che il piacere di guida non diventasse un optional da collezionisti di immobili.
Poi, se posso dire la mia, dalle immagini questa Mission S non mi fa impazzire. Ho qualche difficoltà con la tendenza a prendere un muso qui, un’ala là e due citazioni dal cassetto delle glorie di famiglia. Il rischio è che il progetto sembri una rimpatriata: tutti invitati, nessuno disposto ad andare a casa.
Preferisco quando un classico viene reinterpretato con un’idea forte e leggibile. La Renault 5, per fare un esempio completamente fuori categoria, mi parla in modo più diretto.
Detto questo, le automobili vanno viste dal vivo. Proporzioni, volumi e presenza possono cambiare parecchio il giudizio. Per ora tengo il sopracciglio alzato, ma lascio aperta la porta.
Poi arriva Musk.
E la porta la attraversa in volo.
La nuova Tesla Roadster è stata protagonista di una dimostrazione con un prototipo capace di procedere a testa in giù e staccarsi da terra. Ventole per l’aderenza e propulsori ad aria compressa per le acrobazie: sembra che qualcuno abbia guardato una pista Hot Wheels e abbia detto «bella, ma perché così piccola?».
Quanto all’accelerazione, durante l’evento è stato dichiarato uno 0–60 mph in 0,8 secondi: circa 97 km/h, per essere precisi. Già abbastanza per lasciare lo stomaco al casello precedente.
Mi concederete di rimanere un po’ basito.
Da una parte Porsche che cerca il futuro nei ricordi. Dall’altra Tesla che sembra aver affidato lo sviluppo al bambino che eravamo quando lanciavamo le macchinine giù dalle scale.
Il risultato è che della Tesla viene immediatamente voglia di parlare. Anche solo per la quantità di domande che solleva.
Dove si potranno usare queste funzioni? Chi avrà lo spazio per farlo? E soprattutto: quanto ci metterà il primo fenomeno a pensare che la coda del lunedì mattina sia un ostacolo da superare letteralmente?
Una dimostrazione spettacolare apre la curiosità; per capire l’utilizzo reale servono ancora parecchie risposte.
C’è poi il tema dell’energia. Comprimere aria e alimentare ventole richiede energia, ma senza dati completi fare i conti dell’autonomia sarebbe un esercizio di fantasia. E, sinceramente, dubito che qualcuno stia guardando questa cosa pensando: «Sì, però devo arrivare a Gallipoli senza fermarmi».
Il fascino sta proprio nell’eccesso. Nel giocattolo assurdo. Nel desiderio di vedere fin dove si può spingere un’idea prima che qualcuno entri nella stanza chiedendo spiegazioni.
Un po’ come il Cybertruck: potete detestarlo, trovargli tutti i difetti del mondo e continuare a chiedervi perché. Ma quella carica da americanata monumentale è difficile da ignorare.
Qualche utilità, molta arroganza e un senso della misura rimasto a casa.
Alla fine è questo che ci lascia confusi. Porsche ci invita a ritrovare certe sensazioni. Tesla vuole aggiungerne altre, possibilmente incompatibili con la posizione del nostro pranzo.
Io la Mission S voglio vederla dal vivo. La Roadster voglio vederla funzionare, capire quanto dura il numero e cosa succede quando finisce l’applauso.
E voi? Chiave a sinistra e nostalgia nel sangue, oppure aria compressa e vicini che chiamano per sapere perché avete parcheggiato sul tetto?