di Marcello Rossetti – Emiliani Volanti (media accreditato… nonostante tutto)

“Una corsa epica fu…” cantava Lucio Dalla. E anche quest’anno la 1000 Miglia non ha deluso: 5 giorni, 1900 chilometri, 430 macchine d’epoca, pioggia quanto basta per dare un po’ di vernice drammatica al tutto, e un’Italia che si è riversata sulle strade come se passasse il Giro… ma col rombo delle Alfa e delle Bugatti al posto del fruscio delle bici.

Fin qui tutto bene. O meglio: tutto bellissimo. Ma poi ci fermiamo un attimo, guardiamo il percorso, lo seguiamo con il dito sulla cartina come quando da bambini si sognavano i viaggi veri… e ci accorgiamo di una cosa: manca Modena. Di nuovo.

L’otto senza centro

Già, perché il percorso di quest’anno – “a forma di otto”, come nelle edizioni anteguerra – ha abbracciato l’Italia centrale, zigzagando tra Ferrara, Roma, Siena, Livorno, Orvieto, San Marino… tutto meraviglioso, per carità. Ma quell’otto, nella geografia sentimentale del motorsport, ha un buco in mezzo: Modena. La città che ha dato i natali a Enzo Ferrari, la patria dei motori, la culla di Maserati, Pagani, Stanguellini, De Tomaso, e via sgasando. Sì, proprio quella Modena che due settimane fa ha ospitato il Motor Valley Fest, tirando a lucido tutto ciò che ha quattro ruote e un’anima. Eppure niente, neanche quest’anno una tappa, un passaggio, un rifornimento volante. Zero.

Ora, intendiamoci: bellissimo vedere l’evento portato nei borghi dimenticati, nelle curve romantiche della Val d’Orcia, nella Roma eterna che ogni volta si fa bella per il passaggio della corsa. Ma vuoi dirmi che non si poteva fare una piccola deviazione? Una svolta a sinistra con una sosta al Museo Ferrari, un caffè in Piazza Grande, un giro simbolico in Via Emilia?

La macchina perfetta… ma con una gomma sgonfia

Organizzazione impeccabile, eh. 4000 persone tra staff, forze dell’ordine, volontari, medical car, pace car, post chief itineranti (che già il nome è uno spettacolo). E ancora: 123 Ferrari moderne nel Tribute, le elettriche futuristiche della 1000 Miglia Green, persino le auto del Politecnico di Milano guidate da un robottino – e lo dico col massimo rispetto per la ricerca. Ma in tutto questo ben di Dio su ruote, Modena resta giù dal carro. O meglio, fuori dal percorso.

Ma allora, ce l’hanno con Modena?

No, non credo. Altrimenti non mi avrebbero accreditato (grazie, comunque). E poi l’evento ha davvero un’anima nobile: corre anche per beneficenza, quest’anno per donare un ecografo all’Ospedale dei Bambini di Brescia. Ma forse, e dico forse, un po’ di buona volontà reciproca tra chi organizza e chi amministra si potrebbe trovare. Un incontro, una pacca sulle spalle, un “senti, l’anno prossimo un passaggino da voi ce lo facciamo, va bene così?”. E invece ogni anno ci tocca guardare da lontano come quelli senza biglietto al concerto dei Rolling Stones.

Alla fine, sempre lei: l’Italia che corre

Per il resto, la 1000 Miglia resta una poesia meccanica: i bambini a bordo strada, gli anziani che ricordano Nuvolari, la folla che applaude ogni cofano tirato a lucido, anche se sotto c’è un motore che arranca in salita. E poi i protagonisti: Cracco su una Bugatti del ’27 (che immagino senza cappello da chef, ma con casco e occhialoni), Joe Bastianich su una Porsche da urlo, e ovviamente Vesco e Salvinelli su quell’Alfa 6C 1750 SS del 1929 che ormai conosce il percorso a memoria.

E allora va bene così. Anche senza Modena, anche se l’otto della corsa ha lasciato fuori il centro del nostro cuore a motore. L’anno prossimo ci riproviamo, magari con un po’ più di rumore (letterale e diplomatico). Perché sì, Lucio Dalla aveva ragione: “nessuno poteva dire se le macchine correvano per ritornare o scomparire.” Ma noi, da Modena, vogliamo tornare a farne parte. Magari senza scomparire.

“E voi? L’avete seguita la 1000 Miglia? O siete anche voi tra quelli che si chiedono dove diamine sia finita Modena?”


Marcello Rossetti

Appassionato di auto da sempre, amante della guida e del pilotaggio. Fammi fare 70 curve in mezzo al verde e sono felice