Qualcuno di voi si starà chiedendo se ho battuto la testa. Se sono invecchiato male — questo è vero, ma non è una notizia — oppure se quella voglia di elettrico che mi viene ogni tanto abbia preso definitivamente il sopravvento.
Niente di tutto ciò.
È stato un flash. Una provocazione. Ma fino a un certo punto, ed è proprio quel punto che voglio condividere con voi.
Abbiamo parlato della presentazione della Roadster, dei suoi numeri da circo e di quell’idea meravigliosamente scema di far saltare un’automobile. Perché evidentemente andare fortissimo non bastava: bisognava anche mettere in agitazione il controllo del traffico aereo.
L’abbiamo accostata al Cybertruck per follia, eccesso e spregiudicatezza. Un mezzo che sembra disegnato da un geometra incazzato durante un’interruzione della corrente. Può piacere, può fare schifo. A me interessa che qualcuno abbia avuto il coraggio di portarlo fuori dal foglio. E che nessuno, lungo la strada, sia riuscito a fermarlo dicendo: «Scusate, ma una bella versione grigio aziendale?».
E così, pensando a Tesla, mi è tornata in mente una frase che pronunciavo con la sicurezza tipica di chi sta per essere clamorosamente smentito.
«Diesel? Io? Quando faranno una macchina che va come la mia, ci penserò».
Correva l’anno 2001. Avevo una Saab 9000, 185 cavalli vecchio stampo e un turbo lag che ti lasciava il tempo di riflettere sulle tue scelte. Schiacciavi, aspettavi, poi arrivava tutto. Anche il pentimento per aver schiacciato così tanto.
Che mezzo. Che divertimento.
Il diesel, per me, era roba da rappresentanti. Gente che misurava la felicità in chilometri con un pieno e conosceva personalmente tutti gli autogrill della A1.
Poi BMW tira fuori la 330d da 184 cavalli.
E io ordino una 330d Touring.
Fine del dibattito filosofico. Inizio delle rate.
Da lì si è aperto un mondo. Anche perché passare dalla trazione anteriore alla posteriore mi ha regalato qualche momento educativo. Io indicavo una direzione, il retrotreno proponeva un emendamento. Poi ci siamo capiti ed è diventato amore vero.
Ma la questione è un’altra: ero convinto di amare soltanto un certo tipo di motore. In realtà amavo quello che mi faceva provare. Appena qualcuno me l’ha fatto provare in un modo diverso, tutte le mie dichiarazioni solenni sono finite nel cestino.
Insieme alla mia credibilità.
Ecco perché oggi, prima di dire «una Tesla mai», mi fermo un attimo.
Anche perché il futuro può imparare qualcosa dal passato. Penso allo sterzo della Giulia. Che auto, che ricordi, che amore. Ci sono cose che noi europei sappiamo fare da togliere il sonno, e sarebbe bello portarsele dietro mentre si inventa il resto.
Il problema è quando ci portiamo dietro tutto. Anche i mobili della nonna.
Guardiamo certe nostre elettriche: nuova piattaforma, nuova motorizzazione, nuovo capitolo della mobilità. Poi le osservi e riconosci benissimo il capitolo precedente. Gli hanno cambiato le scarpe e appeso un televisore al cruscotto.
E alla presentazione parte la parola “rivoluzione”.
Abbiamo ancora gli occhi per distinguere una rivoluzione da un restyling con l’ufficio stampa in forma.
Intanto, in Cina, c’è chi mette il karaoke in macchina.
Il karaoke.
La mia prima reazione è quella di qualsiasi persona cresciuta pensando che il suono più bello dell’abitacolo dovesse arrivare dal motore: «Ma a che cazzo serve?».
Poi mi viene un dubbio fastidioso: magari a qualcuno piace.
Magari chi compra quell’auto vuole usarla anche per fare cose che io non farei mai. E mentre io gli spiego quanto sia inutile cantare da fermo, lui si diverte e compra un’altra macchina.
Noi possiamo continuare a raccontargli che non capisce niente di automobili. È una strategia commerciale comodissima: quando perdi il cliente, la colpa è sua.
Sappiamo fare auto belle. Sappiamo fare auto che si guidano benissimo. Ma quante volte, ultimamente, una presentazione ci ha fatto scappare un «WOW» sincero?
Non «interessante».
Non «bisognerà vederla dal vivo», che nel linguaggio automobilistico è spesso l’equivalente di «ha un bel carattere».
Proprio: «Ma questi sono fuori di testa».
Tesla quella reazione riesce ancora a strapparmela.
Poi possiamo discutere per ore di finiture, comandi, assistenza e di quanto sia sensato dover cercare in uno schermo una funzione che una volta trovavi allungando un dito. E possiamo anche ricordare che tra una presentazione spettacolare e un’auto consegnata c’è parecchia strada. A volte parecchio calendario.
Ma intanto io sono lì che guardo.
E mi sento di nuovo quel cretino felice a cui le automobili fanno venire voglia di parlarne fino a notte.
Certo, una Model 3 non è un razzo. Tesla e SpaceX sono aziende diverse. Lo so. Però nella mia testa il collegamento parte: da una parte un’auto che potrei mettere in garage, dall’altra un booster che torna dal cielo e viene preso al volo da due braccia meccaniche.
Io faccio ancora due manovre per centrare il parcheggio. Questi recuperano un palazzo che cade dallo spazio.
Adesso ci aggiungono una Roadster che salta.
Serve? Per andare a prendere il pane, direi di no. A meno che il fornaio non abbia finalmente deciso di difendersi dai SUV in doppia fila.
Ma quella follia mi fa venire voglia di capire, di guardare, perfino di rimettere in discussione qualche certezza a cui ero affezionato. Esattamente come fece quella BMW diesel venticinque anni fa.
Quindi sì: voglio una Tesla.
O almeno voglio provarla con la stessa onestà con cui, nel 2001, ho firmato l’ordine di una macchina che secondo me non avrei comprato mai.
Poi magari scendo, risalgo su una Giulia e mi passa tutto.
Però intanto questi mi hanno fatto venire il dubbio.
Cari costruttori europei, fate venire un dubbio anche a me. Fatemi desiderare una vostra macchina prima ancora di sapere quanto consuma, che incentivi prende e quanto vale la rata finale.
Fatemi dire qualcosa di sconveniente davanti alla presentazione.
Possibilmente non il prezzo.