Ti capita mai di vedere qualcosa e pensare: “ok, mi sto perdendo un pezzo”?

A me è successo davanti a un Doblò elettrico dei Vigili del Fuoco, con tanto di adesivo “finanziato dal fondo europeo Next Generation EU”. E lì mi si è accesa una lampadina. Non quella LED del furgone, ma una domanda un po’ più scomoda.

Ma davvero è servito a questo?

Attenzione: non è un attacco ai Vigili del Fuoco, ci mancherebbe. Parliamo di professionisti straordinari che lavorano spesso in condizioni difficili e con mezzi non sempre all’altezza. E proprio per questo la domanda pesa ancora di più.

Davvero ha avuto senso indebitare il futuro delle prossime generazioni per mettere su strada un Doblò elettrico da 35.000 euro?

Sarà utilissimo, sicuramente. Sono io che magari non lo capisco. Però provo a guardarla da un altro punto di vista: se dobbiamo spendere per i Vigili del Fuoco, siamo sicuri che la priorità sia questa? Non sarebbe stato più sensato investire in tecnologie operative, attrezzature avanzate, formazione?

Perché un furgone elettrico, concretamente, in cosa migliora il loro lavoro?

E qui il confronto viene spontaneo. Negli anni ’60 l’Italia si è indebitata, sì. Ma per costruire la rete autostradale. Infrastrutture che ancora oggi utilizziamo, che hanno fatto crescere il Paese, che hanno cambiato il modo di vivere e lavorare.

Oggi invece? Ci ritroviamo a finanziare mezzi che, per quanto moderni e “green”, fanno fatica a trasmettere la stessa idea di investimento strategico.

Forse certe scelte sono state sbagliate. E forse, sotto sotto, ce ne stiamo rendendo conto tutti. Ma non serve mettersi a dire “ve l’avevamo detto”. Non serve a nulla.

Quello che serve è non peggiorare la situazione.

E qui arriviamo alla nuova proposta di cui si parla: imporre un 70% di componentistica europea nelle auto.

Ora, proviamo a ragionarci senza ideologia, solo con buon senso.

La prima cosa che viene in mente è: altra burocrazia. Come se ne avessimo poca. Nuove regole, nuovi controlli, nuovi adempimenti. Tradotto: più costi, più tempi, meno flessibilità.

Ma la domanda vera è ancora più semplice.

Il 70% di cosa?

Del numero dei componenti? Quindi un bullone conta quanto un faro da 3.000 euro? Oppure del valore economico? E in quel caso, come si calcola? Con quali criteri? Con quali controlli?

Siamo sinceri: sembra tutto molto confuso. E quando le regole diventano complicate, raramente aiutano chi deve lavorare.

L’industria automobilistica europea ha bisogno di una cosa sola: libertà.

Libertà di innovare, di scegliere, di competere. Non di essere ingabbiata in percentuali e vincoli che rischiano solo di rallentarla.

Le normative sulle emissioni? Già molto stringenti. L’Euro 6, per esempio, ha portato a risultati concreti. Si può migliorare, certo. Soprattutto sul fronte della sicurezza, dove ogni passo avanti salva vite.

Ma oltre quello?

Lasciamo lavorare chi le auto le progetta, le costruisce e le vende.

Il mondo è già cambiato. La sensibilità verso ambiente e inquinamento è cresciuta ovunque, non serve imporla con il cronometro e il righello.

Non ponete limiti.

Vedrete che i risultati arriveranno lo stesso. E forse, questa volta, saranno davvero quelli giusti.


Marcello Rossetti

Appassionato di auto da sempre, amante della guida e del pilotaggio. Fammi fare 70 curve in mezzo al verde e sono felice