Cari amici,
in questi giorni si fa un gran parlare del prezzo dei carburanti. I nostri politici sembrano impegnati in una gara a chi riesce a trovare la soluzione più brillante per ridurne il costo. Da appassionati di motori, a cui piace bruciare ottani, non possiamo che essere felici di tanta attenzione: riduceteci il costo e saremo contentissimi.
Facciamo però qualche ragionamento.
Non siamo diventati improvvisamente persone equilibrate e calate nella realtà, ma avendo studiato ragioneria a scuola e conservando un minimo di senso pratico, sappiamo che a ogni azione corrisponde una reazione. Se si abbassa il prezzo della benzina riducendo le accise, allo Stato verrà inevitabilmente a mancare una parte di quelle entrate. E qualcuno propone una tassa sugli extraprofitti: concetto che, sinceramente, meriterebbe di essere spiegato meglio. Chi decide quanto un’azienda può o non può guadagnare?
Attenzione a questi principi. Ricordate il superbollo? La prima versione fu introdotta nel 2011 e poco dopo il Governo Monti la irrigidì, portandola a 20 euro per ogni kW oltre i 185. Una misura che, inizialmente, molti proprietari di auto potenti consideravano persino sopportabile. Poi è diventata il solito gabello sociale: chi non ha “la macchina” e ne è infastidito lo vorrebbe sempre più alto. E così, anche se negli anni è stato ampiamente dimostrato quanto il superbollo abbia impoverito il mercato senza garantire entrate proporzionate, non si riesce più a eliminarlo. Anche i ricchi piangono.
Se poi c’è la crisi di Hormuz, di cui i telegiornali parlano da mesi, se le petroliere non passano e la materia prima scarseggia, a cosa serve ridurre le accise? Il problema non è solo quanto paghiamo alla pompa: è ciò che manca a monte.
E qui mi correggo da solo. Leggendo le analisi di Nomisma Energia, emerge che il nodo non è soltanto il minor arrivo di greggio, ma anche la capacità di raffinazione. In Europa sono stati chiusi molti impianti e l’Italia non fa eccezione. Per anni abbiamo avuto raffinerie importanti; poi la svolta ecologica, che ci voleva tutti elettrici e subito, ha ridotto gli incentivi a investire nel loro futuro. D’altra parte, perché mettere tanto denaro in un impianto che, secondo la narrazione dominante, sarebbe dovuto diventare inutile?
C’è poi un aspetto bizzarro. Fra chi oggi sbraita contro il costo della benzina ci sono anche coloro che ci volevano tutti su un monopattino elettrico o su un’auto elettrica. Se l’elettrico era davvero così perfetto, così conveniente e così ecosostenibile, perché non lo indicano oggi come la risposta? Perché piangere sull’ottano rincarato anziché correre a comprare elettrico?
Le auto elettriche sono meravigliose per tanti aspetti, ma non devono essere obbligatorie: semplicemente, non vanno bene per tutti.
Se volessimo davvero ridurre il costo dei carburanti, a mio modesto e sicuramente discutibile parere, le strade sarebbero due. La prima: abbandonare l’obbligo della follia green e lasciare libertà di scelta alle persone. La seconda: invece di tassare gli extraprofitti, chiedere a chi oggi guadagna molto di investire di nuovo nelle raffinerie, garantendo che questi impianti potranno lavorare nel lungo periodo.
Non ha senso far pagare più tasse per togliere dieci centesimi al litro. Investiamo. Torniamo a produrre. Riduciamo le dipendenze. Creiamo lavoro, investimenti e ricchezza.
Il resto verrà da sé.