di Marcello Rossetti

Avete presente quel momento in cui vi mettono in mano un giocattolo potentissimo, con 86 chilometri sul contachilometri, e pensate: “Questa volta mi diverto davvero”? Ecco, io l’ho pensato. Poi dopo venti chilometri ero sul carro attrezzi.

Ma andiamo con ordine.

Grazie alla gentile concessione di Ford Italia per il Motor Valley Fest ho avuto a disposizione la regina del rombo a stelle e strisce: la Mustang 5.0 GT Cabrio. Grigia, muscolosa, decappottata e con quell’atteggiamento da “fatti più in là” che solo un V8 americano sa sfoggiare con credibilità.

Una belva da domare. Solo che la belva ha deciso che non era il momento. Piccolo inconveniente tecnico — nulla di grave per fortuna — risolto in meno di 24 ore grazie alla cortesia e professionalità di Sascar e all’assistenza da remoto di Ford Italia. Io però nel frattempo, sudato come un ragioniere al primo track day, mi vedevo già con la patente strappata e un conto da pagare lungo come la Route 66.

Spoiler: non avevo rotto niente. Ma per un attimo ho rivalutato la mia passione per le Panda Natural Power.

Tornata in servizio il giorno dopo, la Mustang non è rimasta molto nelle mie mani. In effetti, non era lì per farmi divertire, ma per essere utilizzata nella manifestazione. A guidarla per la maggior parte del tempo è stato Antonio Tarasca — amico, pilota e saggio custode dell’acceleratore. L’uomo giusto per tenere a bada 450 cavalli e una quantità di coppia che potrebbe trainare una portaerei fino a Vignola.

Quel poco che ho potuto guidarla, però, mi è bastato per capire che definirla “esageratamente ignorante” sarebbe ingeneroso. Anche se il computer di bordo segnava un allegrissimo 48,9 litri per 100 km al ritiro (cioè più o meno il consumo di una petroliera in retromarcia), sotto la scorza da muscle car che fuma le gomme al semaforo si nasconde un’auto… sorprendentemente tecnologica.

Ma attenzione: non è quella tecnologia da ingegneria gestionale con mille menu da sfogliare e settaggi da Formula 1. Qui tutto è a portata di dito: due tasti “mode” sul volante per cambiare stile di guida e un cavallino (vero, non metaforico) sotto il display che apre un menù dedicato, dove puoi monitorare tutto ciò che c’è di bello e ignorante nel cuore pulsante dell’auto. E sì, c’è anche una modalità “Burn Out”. Che non ho attivato. Ma solo perché sono una persona responsabile. (E c’era gente che mi guardava.)

La Mustang è come quella compagna di scuola che sembrava solo una ribelle e invece prendeva 9 in matematica: fa casino, fa scena, ma sotto sotto ha anche la testa.

Certo, la dinamica di guida non è quella da bisturi delle europee con la stessa potenza, e in curva è più “rodeo del Texas” che “precisione teutonica”. Ma va bene così. Non è fatta per le curve da misto stretto o per farsi perdonare dai dogmi della dinamica. È fatta per piacere. E per farsi guardare. E ci riesce.

In definitiva, la Mustang 5.0 GT Cabrio è un’esperienza. Un po’ come il Motor Valley Fest: piena di entusiasmo, un po’ fuori controllo, rumorosa al punto giusto e — se capita — con un passaggio in carro attrezzi incluso.

Ma che ci vuoi fare? Quando ami i motori, ti prendi tutto. Anche le curve in salita. E i cavalli, se sono 450, meglio ancora.



Marcello Rossetti

Appassionato di auto da sempre, amante della guida e del pilotaggio. Fammi fare 70 curve in mezzo al verde e sono felice